Inps e Inail

Il socio non lavoratore di una S.r.l. anche se questo fosse amministratore unico e svolgesse un’attività operativa marginale all'interno della

La Corte di Cassazione in più occasioni ha affermato che non si devono restituire le somme indebitamente percepite e richieste dall'Inps nel caso in cui non si sia in presenza di dolo comprovato da parte del percipiente. In un caso deciso dalla Corte di Appello di Napoli veniva accolto l’appello proposto dall’Inps avverso la sentenza che aveva dato ragione ad  un pensionato che chiedeva accertarsi il diritto a non restituire le somme indebitamente percepite e richieste dall’ente previdenziale in relazione ad una prestazione assistenziale (assegno sociale) per superamento dei limiti reddituali.

La Corte di Appello sosteneva che per l’indebito assistenziale valesse la regola generale prevista dal codice civile all’articolo 2033 c.c. e cioè della possibilità di richiedere la restituzione dell’indebito. Continua a Leggere

Una particolare procedura è prevista in caso di risoluzione consensuale che coinvolga: la lavoratrice durante il periodo di gravidanza; lavoratrice o lavoratore durante i primi 3 anni di vita del bambino (o nei primi 3 anni di accoglienza del minore adottato o in affidamento o, in caso di adozione internazionale, nei primi 3 anni decorrenti dal momento della comunicazione della proposta di incontro con il minore adottando, o della comunicazione dell’invito a recarsi all’estero per ricevere la proposta di abbinamento). In questi casi, la risoluzione è efficace solo se convalidata davanti al servizio ispettivo del Ministero del Lavoro competente per territorio. Continua a Leggere

Il rapporto di lavoro può cessare per volontà del datore (licenziamento) o del dipendente (dimissioni), esiste inoltre una terza ipotesi denominata risoluzione consensuale in cui le parti di comune accordo decidono di risolvere il contratto; questa è prevista dal codice civile all’articolo 1372.Per effetto del Dlgs. n. 151/2015 il lavoratore deve formalizzare la sua volontà di interrompere il rapporto esclusivamente con modalità telematiche su appositi moduli resi disponibili dal Ministero del Lavoro, trasmessi poi al datore e all’Ispettorato Territoriale del lavoro. Tale previsione è stata introdotta con l’intento di combattere il fenomeno delle cosiddette “dimissioni in bianco” (raccogliere la firma del dipendente su una comunicazione di dimissioni senza data che verrà invece apposta all’occorrenza e in maniera fraudolenta dall’azienda). Ogni altra modalità di comunicazione è inefficace.Continua a Leggere

L'art. 2119 cc al comma due afferma che il fallimento dell'imprenditore o la liquidazione coatta amministrativa non costituiscono giusta causa di risoluzione del contratto di lavoro.

In questi casi i rapporti di lavoro sono disciplinati dalla Legge fallimentare (Regio Decreto 267/1942).

Questa disposizione sarà sostituita a seguito della imminente entrata in vigore del Codice della crisi d’impresa (Dlgs 14/2019), che sostituirà la Legge fallimentare, da una diversa disciplina la quale, nel confermare che la liquidazione coatta dell’impresa in sede giudiziale non costituisce giusta causa di risoluzione dei rapporti di lavoro, sancisce che gli effetti della stessa sono regolati dal predetto Codice della crisi d’impresa.

Non si ha quindi un automatico licenziamento dei lavoratori dipendenti di un’impresa entrata in stato di crisi.

Nella disciplina previgente all’art. 72 L.f. il legislatore aveva sancito la sospensione dei rapporti giuridici pendenti, fino a quando il curatore dichiarava di subentrare nel contratto in luogo del fallito, ovvero di sciogliersi dal medesimo. Continua a Leggere